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Personal Democracy Forum, la democrazia ai di tempi Internet (e degli open data)

Personal Democracy Forum - Copia
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L'avvento della tecnologia informatica e della società dei dati – una nuova valuta nell’economia moderna che raffigura sempre di più il potere – sta modificando radicalmente la natura e le caratteristiche della democrazia. Questo spunto ha ispirato il “Personal Democracy Forum di Roma”, la conferenza internazionale che viene da New York e che si è svolta all'Auditorium di Roma, per la prima volta, il 29 Settembre. L'incontro ha aperto la “Innovation Week”, e ha coinvolto numerosi protagonisti del settore, italiani e stranieri, esponenti di mondi diversi ma “connessi” dal comune obiettivo di dare rilevanza ad un tema cruciale, di cui non si parla ancora abbastanza, almeno in Italia.

I TEMI
La conferenza ha affrontato molteplici argomenti legati al tema Democrazia 2.0. Si è discusso della comunicazione politica odierna, della necessità di una maggiore partecipazione dei cittadini alla formazione del consenso, dell'esigenza di fare richieste direttamente a chi comanda, secondo la logica – tipica di ogni democrazia – che il potere appartiene “veramente” al popolo. Al centro della riflessione, anche il successo della campagna elettorale digitale di Obama, ormai un caso che fa accademia, con il seguito che esso sta avendo in altre nazioni, nonché la necessità di aggiornare il quadro normativo in materia.
Il tema centrale è stato comunque il rapporto tra la democrazia e i dati, e l'impatto che questi hanno sulla vita dei cittadini. L'argomento è stato affrontato in modo trasversale dagli oratori finendo per comporre una vetrina esauriente e variegata di conoscenze ed esperienze differenti nei più svariati campi. Particolarmente incisivo Tom Steinberg, che con le sua organizzazione mySociety aiuta attivisti politici, giornalisti e opinione pubblica a controllare il potere tramite strumenti informatici.
Oppure Dymitro Gnap, giornalista investigativo ucraino e coordinatore di Yanukovich Leaks che, con i suoi collaboratori, ha ripescato, letteralmente, dal lago nel quale erano stati buttati da sostenitori dell'ex presidente ucraino, migliaia di documenti relativi alla corruzione di quest'ultimo e del suo entourage, mettendoli a disposizione dei cittadini. Ancora, Sam Lee, che col suo “Open Finances Program” mira a rendere disponibili e utilizzabili da tutti gli abitanti del pianeta i dati finanziari della Banca Mondiale.
C'è anche chi si occupa di questioni di politica italiana, come Aline Pennisi, che gestisce e cataloga le decine di migliaia di progetti finanziati con i fondi strutturali europei, favorendo l'utilizzo di sovvenzioni che troppo spesso vanno perdute. Italiano è anche Guglielmo Celata, il quale partecipa al progetto “Openpolis”, che mira al favorire una politica aperta e trasparente, misurando le “performance” delle cariche elettive.

PREGI E DIFETTI DEGLI OPEN DATA
Dalla giornata è emerso è che i dati e il loro utilizzo in larga scala su internet (Open data) hanno un forte impatto sulla politica – e quindi sulla democrazia – così come su molti altri settori, dall'economia, al no profit, alla sanità, all'infotainment, alla cultura, alla formazione, alla sicurezza esterna e interna ai vari contesti nazionali. La condivisione dei dati, come è stato ricordato, ha oggi un'importanza cruciale ai fini del buon funzionamento del macrosistema sociale, e di volta in volta favorisce la trasparenza, contrasta la corruzione, migliora l'efficienza della Pubblica Amministrazione e della Sanità e responsabilizza la collettività e il singolo cittadino. Rende anche possibile la creazione di opportunità economiche. Tuttavia, come ricordato da più di un relatore, questo poderoso strumento non è esente da rischi, problematiche e ostacoli. A questo proposito molti conferenzieri hanno citato le questioni legate alla privacy, la sensibilità economica di molti dati (per esempio quelli che riguardano le privative industriali), la sicurezza contro il cyber crime, le attività spionistiche internazionali, gli episodi di haking e il proliferare di malware. Si tratta di questioni quasi sempre foriere di contenziosi gravi e situazioni imbarazzanti (è stato esplicitamente citato, a tal proposito, la vicenda Snowden, un caso da manuale). Nemico della tecnologia e di internet è anche, infine, la loro mancanza, ovvero la disparità di diffusione di servizi digitali fra diverse nazioni e all'interno di uno stesso contesto nazionale, ascrivibili tutti al cosiddetto “digital divide”.

E l'ITALIA?
Riguardo al digital divide e al tema più generale e propedeutico dell'“analfabetismo informatico”, è stato messo in evidenza più volte nel corso della conferenza quanto questo problema riguardi da vicino l'Italia. In particolare, al termine della conferenza, nel corso dell'intervista che il giornalista Gian Antonio Stella ha intervistato Alessandra Poggiani, direttore per l'Agenzia Digitale, è emerso l'Italia è rimasta molto indietro rispetto al resto dell'Europa e del mondo. Si è parlato di un 34% di analfabetismo informatico, una cifra estremamente alta, se si guarda agli altri paesi europei e all'Occidente in generale.
Secondo la Poggiani, tale carenza deriva principalmente dal ritardo accumulato negli anni, derivato in buona parte dalle insipienti politiche economiche, infrastrutturali e formative dei governi nazionali e locali che si sono succeduti. Non vi è mai stato, da parte di questi ultimi un reale interesse ad investire su queste nuove tecnologie che non sono state comprese soprattutto per il modesto livello culturale e il provincialismo delle “elite”. Questo si è tradotto in un minor accesso a internet, una mancata diffusione della programmazione informatica a livello scolastico, e un basso livello di informatizzazione delle scuole (su 46.000 edifici scolastici solo il 18%, in gran parte situato al Nord, è connesso). Inoltre la banda larga resta ancora un miraggio nazionale: l'Italia occupa la novantacinquesima posizione al mondo per quanto riguarda la velocità di connessione.
Da questo divario si generano diverse inefficienze: una generale mancanza di competenze informatiche nella forza lavoro, la mancata adozione delle metodologie più avanzate nei programmi e nelle produzioni, i ritardi nei settori più tradizionali ma specifici del nostro Paese, come il turismo e l'artigianato, lo slittamento all'indietro del nostro sistema universitario e scolastico, un tempo fra i più avanzati del mondo, il mancato decollo dell'e-commerce, che in Italia riguarda solo il 7%, contro una media europea del 14%, ( l'Irlanda il 31%, la Slovacchia il 18%), tutti elementi disastrosi non solo per l'economia ma per il mancato consolidamento e aggiornamento culturale del Paese. Il che non ci fa uscire da questa perenne condizione di subalternità, e il ciclo perverso si autoalimenta.
Lo stimolo che si viene dall'Europa, conclude la Poggiani, non basta ad invertire questa sequenza, come non bastano i fondi europei a supplire alla mancanza di risorse che in ultima analisi è la causa prima di questo scellerato ritardo. È necessario che vengano modificati la cultura e la prassi e che la politica italiana dedichi a Internet maggiori energie e risorse. Altrimenti, a farne le spese saranno l'economia, la democrazia e tutti i capisaldi della vita degli italiani, compreso il loro futuro.

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